
Made in EU spesso significa: fatto nei balcani.
La strada verso la moda delle boutique europee porta, sempre più di frequente, a piccole e poco conosciute città dei balcani, anche se non lo si capisce leggendo l'etichetta.
Blerza Kallajxhi tiene in mano un pacco di etichette in cui si legge Made in EU nella sua fabbrica a Gjrokaster in Albania - la città natale di Enver Hoxha cent'anni fa, dittatore che isolò l'Albania dal resto d'Europa - ci racconta mentre evade gli ordini.
"Riceviamo un ordine dalla Grecia e ci inviano il materiale, il modello e l'etichetta" prosegue la signora Kallajnxhi, che ha comprato la piccola fabbrica nelle montagne vicino a Gjrokaster due anni fa insieme al marito.
La Grecia, a differenza dell'Albania, è nell'Unione Europea. Agli occhi dei consumatori un prodotto fatto in Europa potrebbe essere di qualità maggiore di uno fatto in Cina, Bangaldesh o Thailandia, dove molte aziende di moda hanno esternalizzato la produzione. Ma pochi sanno cosa "Made in EU" veramente significhi.
"Nulla dichiara 'Made in Albania'", dice la signora Kallajnxhi. "Certo siamo orgogliosi del nostro paese, ma questo è quello che vogliono i nostri clienti."
Le marche della moda globale non fanno nulla di illegale etichettando i loro capi in questo modo, fornendo la produzione, la materia prima e le istruzioni all'interno dei 27 paesi del blocco EU.
Secondo una legge europea, infatti, i beni prodotti in più di due paesi possono dichiarare di provenire dall'ultimo posto "dell'ultimo processo lavorativo sostanziale e economicamente giustificabile". E' diventato una sorta di circolo vizioso per tagliare costi ed è diventato ancora più importante alla luce della sempre minore domanda di vestiti a partire dalla crisi dello scorso settembre.
Le aziende di moda con base in Europa spesso non rendono nota l'intera filiera che arriva nei paesi meno conosciuti. "Non ci è richiesto di aggiungere l'etichetta "Made in Bosnia", ma il consumatore finale potrebbe informarsi del paese di origine utilizzando il numero di registrazione stampato sul vestito stesso", scrive in un'email Jan Ahlers, vice direttore della Ahler, azienda di abbigliamento tedesca.
Ahlers produce le giacche Pierre Cardin in Bonsia sotto licenza ed è il distributore unico in Germania, Austria, Svizzera e l'ex Yugoslavia. Alcuni gruppi di consumatori affermano che i brand dovrebbero essere più trasparenti rispetto ai loro processi di produzione e alcuni gruppi del lusso dicono che l'esternalizzazione è una minaccia.
"Le ultime ricerche mostrano che la fiducia dei consumatori sta diminuendo" dice Josie Nicholson, membro fondatore di Ethical Fashion Forum, che si batte per una sostenibilità ecologica e sociale dell'industria della moda. "Un'etichetta chiara e onesta è il modo migliore per riguadagnare la fiducia dei consumatori".
I salari in Gjrokaster vanno dai 170 ai 235 euro al mese, da comparare ai più di 2500 euro al mese per i lavori nella manifattura nell'Unione Europea secondo le statistiche del 2006.
Le fabbriche dei balcani possono rivaleggiare persino con quelle più economiche dell'Asia perchè il trasporto verso i mercati europei è più veloce e costa meno.
Secondo la legge Europea, le fabbriche in Serbia, Albania, Bosnia e Macedonia cuciono e assemblano vestiti venduti all'estero e contengono l'etichetta che li identifica come manufatti all'interno dell'Unione Europea o in paese membro come Grecia e Italia.
A Travinik, Bosnia, i dipendenti della fabbrica Borac dicono di produrre capi per brand come Hugo Boss, Pierre Cardin, e Burberry. A Bitola, Macedonia, l'azienda Pelister dice che ha cucito per marchi come Zara e Mango.
Hugo Boss non ha voluto rilasciare alcun dettaglio rispetto ai loro rapporti con aziende dei balcani. Anche la Inditex, che produce la linea Zara, non ha voluto fare commenti.
Un portavoce Burberry, Graham Biggart, afferma che l'azienda non ha usato l'etichetta "Made in EU" ma che ha invece applicato il nome del paese di produzione.
Un portavoce di Mango, Georgina Pratginestos, ha detto che l'azienda ha prodotto capi nei balcani ma non recentemente.
Mustafa Sefer, manager di Borac ha dichiarato: "Il fatto che la nostra etichetta non appaia, sarebbe meno frustrante se il lavoro fosse ben pagato. Ma questo tipo di accordi sono l'unica garanzia per portare i prodotti sul mercato e pagare i nostri conti."
Le aziende manifatturiere di tessuti e scarpe sono vitali per i balcani dell'ovest. In Albania, vicina della Macedonia, questo tipo di lavori impiegano circa il 10% della forza lavoro.
La fabbrica di scarpe Bargala a Stip, in Macedonia - la più grande della regione - guadagna dai 3 ai 6 euro per ogni paio di scarpe di pelle che assemblano e sono messi in vendita nei negozi Marks&Spencer, ci racconta Konstadin Barzov, il proprietario principale della fabbrica. Un portavoce di Marks&Spencer,Jo Keohane ci dice "Produciamo un numero molto limitato di scarpe in Macedonia e indichiamo chiaramente ilpaese d'origine sull'etichetta".
I dirigenti del tessile balcano sottolineano la differenza tra assemblaggio e manifattura: "Se un produttore fa un accordo di esternalizzazione con un'azienda con base in EU per produrre un volume di beni con materiali, design, istruzioni di assemblamento provenienti dal partner, allora può apporre l'etichetta Made in EU", conferma Svetlana Zivkovic, avvocato del produttore serbo PS.
"Materiale, disegni, prototipi, qualsiasi cosa relativa al prodotto entra nel paese in container sigillati e lascia il paese in container sigillati" prosegue la Zivkovic. "E in queste circostanze, ogni cosa è essenzialmente prodotta in EU, a parte l'effettivo assemblaggio."
Ma gli abusi accadono. Alessandro Bedeschi dell'Associazione Europea di Fashion Retailers d'Europa dice: "Succede che prodotti che dovrebbero essere fatti in Francia o Italia hanno la maggiorparte delle materie prime e della manifattura fatta fuori dall'Europa".
Il settore dove tale pratica potrebbe mettere a rischio la marca è il lusso perchè molta della credibilità è legata all'idea del "Made in". Questa industria è una delle ultime in Europa ad aver trasferito alcune unità produttive all'estero per abbassare i costi.
Diego della Valle, amministratore delegato di Tod's ha dichiarato recentemente al FInancial TImes Forum sul lusso a Monazo che "Il lusso riguarda dove le cose vengono prodotte".
Molte aziende di abbigliamento dei Balcani cercano di non sollevare discussioni rispetto al loro lavoro con i grandi brand per la paura di far saltare accordi in un momento in cui gli ordini sono comunque scesi a causa della crisi economica.
"Dopo aver finito i vestiti noi gli apponiamo un'etichetta neutrale senza alcun Made in. Saranno i nostri clienti ad apporla in un momento successivo. E cosa mettono noi non lo sappiamo", dichiara Dimiter Stojanov, proprietario della Pelister, fabbrica macedone.
tradotto da reuters
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